| Oltre la metà dell’indebitamento lordo dei grandi gruppi italiani giunge a scadenza tra il 2010 e 2013 |
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| 15/07/2010 | |
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Come numerosi omologhi europei anche i grandi gruppi aziendali italiani saranno costretti a considerare la loro situazione in termini di liquidità, in particolare per quanto riguarda le scadenze previste entro il 2012 o 2013. Una rapida analisi dei dati finanziari di 36 gruppi non finanziari del FTSE MIB al 31 dicembre 2009 mostra infatti che, grosso modo, sui circa 240 miliardi di indebitamento lordo, pressoché 128-130 miliardi (ossia quasi il 55%) giungeranno a scadenza tra quest’anno e il 2013. Per una quindicina di gruppi, la scadenza di oltre il 70% del debito è 2010-2013. Inoltre, dei 13 gruppi con le principali linee di finanziamento in scadenza, per tre il credito giungerà al termine quest’anno o nel 2011, per 5 nel 2012 e per 6 nel 2013. Si può concludere che, in generale, il debito sottoscritto dai gruppi italiani ha una scadenza relativamente breve.
In un contesto macro-finanziario in cui l’incertezza e la volatilità sono destinate a perdurare, i grandi gruppi aziendali dovrebbero porre l’accento sul rifinanziamento o persino sulla ristrutturazione del proprio debito, nell’intento di prolungarne la scadenza. La maggior parte dei grandi gruppi italiani ha però un debito relativamente a breve. In Europa, i gruppi aziendali iniziano a prenderne coscienza, tenendo conto anche dei fattori di rischio (costo di funding delle banche, impatto delle regole di Basilea III su requisiti patrimoniali, scadenze del debito delle banche, anch’esse previste per 2012-2013, persistente diffidenza sul mercato interbancario, ecc.) (si legga il nostro articolo precedente pubblicato di seguito).
Tuttavia, i gruppi esitano a ricorrere immediatamente al rifinanziamento, dato il loro elevato livello di liquidità (circa 55 miliardi di tesoreria e altrettante linee di liquidità non utilizzate secondo una nostra ricerca condotta per il FTSE MIB) e la tendenza al disindebitamento, a sua volta in parte dovuto alla diminuzione degli investimenti (in termini di valore, dall’11,5% al 9% del Pil in Italia). Resta il fatto che in Europa, secondo le statistiche della Bce, il credito bancario è ancora in situazione di stallo (+0,53% in maggio rispetto al mese di aprile, ma in crescita zero da inizio anno). L’Italia non fa eccezione, anche se la tendenza è in leggero miglioramento: crescita zero da inizio anno ma con un leggero incremento dei finanziamenti (+0,7%) in maggio, ma anche dei crediti dubbi. Il ribasso rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente raggiunge l’1,5%.
Spiragli
Queste linee di liquidità, anche se non utilizzate, dovranno comunque essere almeno in parte rinnovate. In Europa inoltre, l’attività sul mercato del credito sindacato si è leggermente ripresa in maggio e giugno, sulla scia di un allentamento dei margini che, seppur mantenendosi a livelli elevati, sono attualmente interessanti, tenuto conto dei rischi. Complessivamente, in un anno, gli spread sui prestiti bancari sono diminuiti di circa 150 punti base, raggiungendo tra i 100 e i 135/140 punti base per un rating BBB, circa 45 pb per un AA e tra i 65 e gli 85 pb per un rating di tipo A. Uno spiraglio che potrebbe presto richiudersi. Infine, i costi del finanziamento applicati dagli istituti di credito sono relativamente disparati e si osserva una crescente differenziazione tra le banche al dettaglio che beneficiano di ingenti depositi e ricorrono ai covered bond, risultando quindi più concorrenziali (ma molto selettive in termini di rischi), e la altre. In entrambi i casi, tuttavia, la redditività attesa (misurata tramite il RAROC) è ampiamente in rialzo ed è ormai frequente imbattersi in crediti sindacati con un RAROC al 10%, contro il 5 o 6% di prima della crisi (come nel caso del credito sindacato Telecom Italia di gennaio scorso e di quello Enel di aprile, rispettivamente al 13 e 18% secondo le nostre stime).
Come i loro vicini europei, i grandi gruppi italiani hanno inoltre disintermediato una parte dei propri finanziamenti. Un po’ meno dei due terzi (23 su 36) fanno ricorso al mercato obbligazionario, sia tramite emissioni pubbliche o investimenti privati. Per quanto riguarda gli ordini di grandezza, la proporzione di emissioni obbligazionarie di cui si compone l’indebitamento lordo totale va dal 10 al 99% circa, con una media del 54%. D’altronde gli emittenti corporate italiani si trovano al terzo posto del relativo mercato europeo, in termini di volume delle emissioni, pari all’11% dall’inizio dell’anno. Logicamente, i gruppi che fanno maggiormente ricorso alla disintermediazione hanno scadenze più lunghe e sono interessati in misura minore dalle scadenze 2011-2013 (ad esempio Campari, Exor, Telecom Italia, …).
Su questo comparto pesano inoltre molti timori, mentre il mercato è praticamente inaccessibile da fine aprile. Da inizio maggio sono state effettuate solo 23 emissioni societarie (per 11,8 miliardi di cui 6,5 miliardi relativi a emittenti francesi), di cui una sola da parte di un emittente italiano, ENI, per un importo complessivo di 1 miliardo a 10 anni e a 108 punti base al di sopra del midswap.
Sono invece pochi i gruppi che sembrano ricorrere alla cartolarizzazione e ad altri prestiti garantiti, in particolare al factoring, (almeno in base ai dati raccolti, dato che solo 10 emittenti hanno fornito informazioni in merito). I due principali gruppi che vi hanno fatto ricorso sono ENEL e Pirelli.
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