| Consenso Tassi e Cambi – Giugno 2010: Diminuiscono i timori per il rischio di insolvenza degli Stati dell’area euro |
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| 17/06/2010 | |
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Il rischio che i paesi dell’area euro non riescano a rimborsare il proprio debito sembra meno elevato oggi di un mese fa, secondo gli economisti del nostro team di analisi mensile dei tassi di interesse e dei cambi. Tali timori erano aumentati nel mese di maggio quando la situazione della Grecia aveva fatto presagire un possibile incremento dei deficit pubblici anche in molti altri paesi europei, alimentando le preoccupazioni riguardanti un possibile effetto domino che avrebbe interessato tutto il sistema finanziario. Le misure correttive decise dai paesi europei hanno spinto i nostri analisti a rivedere al ribasso le stime di crescita dell’area euro, tenuto conto dell’ultima ondata di tensioni che si è abbattuta sui mercati finanziari. Il team ha inoltre ridimensionato le previsioni relative ai tassi di interesse su tutta la curva dei rendimenti.
Nell’area euro, si prevede che il rendimento del decennale tedesco raggiunga il 2,86% a tre mesi e il 2,97% a sei mesi, attestandosi così a livelli marcatamente inferiori rispetto alle stime dello scorso mese. La stessa tendenza è osservabile negli Stati Uniti, dove il rendimento del Treasury a 10 anni è previsto al 3,25% in novembre, quando fino a un mese fa si prevedeva invece un rendimento medio del 4,10%. La revisione al ribasso più marcata degli ultimi due mesi ha riguardato innanzitutto gli Stati Uniti (con una diminuzione di 85 pb per il decennale), seguiti dal Regno Unito (con una diminuzione di 55 pb per il gilt a dieci anni) e dall’area euro (con una diminuzione di 36 pb per il decennale tedesco). Si prevede tuttavia una possibile e più marcata ripresa del debito sovrano nei paesi in cui si è registrato un ampio aumento degli spread nel mese di maggio. “Grazie ai significativi finanziamenti ottenuti dal Meccanismo di stabilizzazione europeo continueremo a ritenere che ci sia valore nei titoli a breve termine e ad alto rendimento dell’area euro” sottolinea Nikolaos Panigirtzoglou. “Ciò vale in particolar modo per l’Italia, dove il debito sovrano è elevato, ma il deficit è inferiore alla media dell’area euro”.
I commenti di Panigirtzoglou sono precedenti al nuovo periodo di turbolenza che ha caratterizzato il mercato dei titoli di stato. Il 4 giugno l’andamento dei credit default swap ha spostato l’attenzione sull’Ungheria, dopo che un portavoce del Primo ministro Viktor Orban ha dichiarato come non fosse un’esagerazione parlare di rischio default, accusando le precedenti amministrazioni di aver falsato i dati economici. Il costo di assicurazione contro il rischio di default ungherese è salito da 83,5 pb a 391,5 e in concomitanza sono aumentati anche gli swap sul debito sovrano di Francia, Austria, Belgio, Germania, Spagna e Grecia, con conseguente impatto immediato sull’euro sceso sotto $1,20, per la prima volta dal 2006. Secondo le stime dei nostri economisti, l’euro dovrebbe raggiungere quota 1,24 a fine novembre rispetto alle previsioni dello scorso mese che lo davano a 1,33. A parte le importanti preoccupazioni riguardanti l’Ungheria, uno dei fattori che influisce sull’euro è la difficile situazione in cui versano le banche europee in termini di liquidità. Per aumentare la liquidità delle banche, la Bce ha immesso 12,2 miliardi di euro a fine maggio nell’ambito delle previste operazioni di finanziamento mensili, pari ad oltre il triplo dell’ammontare dei prestiti trimestrali concessi alle banche il 28 aprile (4,8 miliardi di euro) e a circa sei volte quelli concessi a fine marzo (2 miliardi di euro). Sono 35 le banche che hanno usufruito dei finanziamenti erogati dalla Bce a fine maggio, rispetto alle 24 di fine marzo e alle 11 di fine aprile.
È ancora presto per stabilire se il potenziale rischio di insolvenza dei paesi non appartenenti alla zona euro potrebbe modificare le previsioni degli analisti. Per ora, le misure congiunte adottate dalla Commissione europea e dal Fondo monetario internazionale (FMI) hanno ampiamente dissipato i timori riguardanti il rischio di insolvenza dei paesi dell’area euro. “Non vi sarà una ristrutturazione del debito greco” fa notare Cyril Regnat, economista di Natixis. “Una scelta di questo tipo comprometterebbe la capacità del paese di raccogliere liquidità sul mercato primario per diversi anni”. Nel caso di una ristrutturazione è evidente che lo stato patrimoniale della Bce dovrebbe sopportare la materializzazione del rischio di credito legato agli acquisti in blocco di debito sovrano effettuati. Secondo Goldman Sachs “anche se le perdite associate al sistema dell’euro dovessero alla fine ricadere sugli Stati dell’area euro, gli accordi istituzionali attualmente in vigore continuerebbero senza dubbio a garantire l’indipendenza della Bce”.
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