| Indagine annuale “disponibilità liquide delle corporate del FTSE MIB”: la debolezza dei tassi spinge i tesorieri ad assumersi più rischi |
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| 17/06/2010 | |
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Dopo essersi stabilizzato nel periodo 2007-2008, il patrimonio liquido complessivo dei gruppi non finanziari dell’indice FTSE MIB è balzato a 34 miliardi di euro, registrando un incremento del 30% tra la fine del 2008 e la fine del 2009. Ben 17 delle 29 grandi società che compongono l’indice di riferimento della Borsa di Milano mostrano un incremento del saldo di cassa, e la palma va al gruppo Fiat con un patrimonio liquido (12,4 miliardi di euro) più che triplicato nel periodo, al punto da rappresentare più di un terzo della liquidità detenuta dalla totalità dei grandi gruppi italiani. Parallelamente a questa evoluzione, si evidenzia un crollo dei tassi a breve a livelli storicamente bassi, che penalizzano il rendimento degli investimenti tradizionali di breve durata. In tale contesto, le società italiane hanno ancora una volta movimentato la gestione della loro liquidità. Da un lato numerose società sono già ricorse a strutture di cash pooling, ossia di controllo centralizzato della liquidità, al fine di ottimizzarne anno dopo anno la gestione, dall’altro la quota delle disponibilità liquide non contabilizzata alla voce “cash and cash equivalent” tende a crescere. Con un incremento annuo del 41%, rispetto al 29% della liquidità in senso stretto, a fine 2009 gli investimenti “dinamici” costituivano l’11% del patrimonio liquido complessivo delle grandi società italiane, rispetto al 10% del 2008 e all’8% del 2007. Pur riducendo l’indebitamento netto, si tratta di liquidità investite su strumenti le cui caratteristiche non consentono una contabilizzazione come liquidità nel senso stretto del termine. Con tale definizione si intendono infatti esclusivamente i depositi a vista e gli strumenti di investimento con scadenza all’emissione inferiore a tre mesi, facilmente convertibili in contanti e protetti da variazioni di valore (certificati di deposito, effetti commerciali etc.). Senza ottemperare ai criteri della norma IAS 7, che regolamenta le contabilizzazione alla voce “cash and cash equivalent”, le liquidità rimangono imputate come attività correnti ma alla voce “altri attivi finanziari”.
Debolezza dei tassi a breve
In un contesto di tassi interbancari in costante flessione, al punto da erodere il rendimento degli investimenti privi di rischio, la dinamizzazione delle disponibilità liquide si è accentuata. Nell’anno 2009, il tasso Eurobor a 3 mesi, che funge da riferimento per la remunerazione delle liquidità, è passato dal 2,86% allo 0,70%. «I nostri depositi a breve termine offrono una remunerazione media dello 0,80%, contro il 3% del 2008. Il rendimento ammonta allo 0,4% per le liquidità in euro, allo 0,7% per quelle in dollari, al 3,7% per i saldi di cassa denominati in pesos messicani e, infine, al 7,7% medio per le altre divise», precisa la relazione annua di Buzzi Unicem. In risposta a questo fenomeno di contrazione dei tassi a breve, Telecom Italia ha esteso l’orizzonte temporale di investimento della sua liquidità, moltiplicando quasi per sette, a 1,45 miliardi di euro, la sua quota di investimenti non conformi alla IAS 7. «Tali investimenti costituiscono un’alternativa ai depositi bancari e si propongono di migliorare la performance. Si ripartiscono fra 914 milioni di euro in titoli pubblici italiani, 200 milioni di euro in fondi investiti in titoli sovrani, 200 milioni di euro in fondi monetari e, infine, 133 milioni di euro in fondi obbligazionari investiti su controparti dotate di rating minimo BBB». Tenaris, Mediaset, Exor e Atlantia sono tra le società che più hanno incrementato la quota degli impieghi a gestione dinamica.
Per accrescere le loro entrate finanziarie, i tesorieri si accontentano normalmente di allungare l’orizzonte temporale di investimento, collocando le proprie liquidità su conti a termine attraverso la sottoscrizione di titoli di Stato o di obbligazioni societarie di prim’ordine. Alcuni tuttavia si spingono ad investire su classi di attivi tradizionalmente riservate ad altre categorie di investitori. «Dei 105 milioni di euro contabilizzati tra gli attivi finanziari destinati alla vendita, quasi 80 milioni di euro sono investiti in quote di hedge fund e azioni rimborsabili i cui tempi di smobilizzo variano da uno a tre mesi», precisa la relazione annua della Compagnie Industriali Riunite (CIR).
Tendenze disomogenee in Europa
La dinamizzazione degli strumenti di investimento si osserva ugualmente fra le grandi società europee. Le 34 entità non finanziarie dell’Eurostoxx 50 dichiarano un patrimonio liquido complessivo di 135 miliardi, equivalenti ad un incremento del 14%; le liquidità che non rispettano i criteri della norma IAS 7 sono invece aumentate a 23 miliardi di euro, equivalenti ad un incremento del 18%. Le imprese che dinamizzano in modo più sistematico la gestione delle liquidità sono quelle tedesche: RWE e Daimler dispongono, da sole, di circa 10 miliardi di euro non contabilizzati alla voce “cash and cash equivalent”. I grandi gruppi francesi, più prudenti nella gestione della tesoreria, hanno ridotto dal 15% al 14% la quota delle liquidità non-IAS 7 del patrimonio liquido complessivo ammontante a 145 miliardi di euro, in crescita del 20% su base annua.
Liquidità delle grandi società del FTSE MIB
Fonte: relazioni annuali e documenti di riferimento
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