| Gli istituti di pagamento, una concorrenza ingannevole? |
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| 20/11/2009 | |
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La Direttiva sui servizi di pagamento apre la strada alla creazione di prestatori di servizi di pagamento (PSP), ma viene da chiedersi se questi nuovi soggetti saranno veramente in grado di convincere le grandi imprese a modificare l’attuale organizzazione della gestione dei flussi a loro favore.
In linea di principio, la distinzione fra movimento di conti (addebito / accredito) e processing delle operazioni di pagamento potrebbe rappresentare per le imprese una possibilità di mettere in concorrenza le loro banche solo per questo nuovo servizio. In tal caso, il funzionamento di un PSP diventa paragonabile a quello di una centrale di pagamento e può essere attraente per alcune imprese, in particolare le PMI e i mid caps, in quanto cerca di ridurre i costi di realizzazione delle operazioni di pagamento senza dover modificare lo schema dei conti bancari.
Diversificazione delle attività
Tuttavia, sulla durata nel tempo di questi nuovi soggetti grava un’incognita. La gestione delle operazioni di pagamento è un’attività con rendimento di scala crescente che condiziona la redditività delle operazioni su volumi consistenti. L’assenza di visibilità in merito alla perennità del servizio, quanto meno all’inizio dell’attività, à tale da frenare l’interesse delle imprese, che non vorrebbero certo trovarsi a dover constatare l’incapacità del prestatore, da un giorno all’altro, di garantire la continuità del servizio. Per rispondere a tali timori, gli istituti di pagamento hanno la possibilità di esercitare altre attività in quanto la direttiva sui servizi di pagamento non li rende soggetti al principio di specialità che si applica oggi agli istituti di credito. Un gruppo appartenente alla grande distribuzione potrà diventare un PSP e decidere, ad esempio, di trasformare le sue carte fedeltà in carte di pagamento, ipotizzano gli specialisti in materia di pagamenti.
Finanziamento
Sulla questione dei finanziamenti, per i quali la gestione dei flussi costituisce il « side business » delle banche, il confronto è ancor più teorico. Salvo offerte di credito limitate al finanziamento di una transazione precisa e necessariamente con una scadenza di rimborso inferiore a un anno, gli istituti di pagamento non sono autorizzati a mettersi in concorrenza con le banche su questo segmento. Non è certo che la creazione di un mezzo di pagamento proprio, il ricorso ad agenti per la distribuzione dei prodotti o per effettuare il subappalto di parte delle attività e l’opportunità di posizionarsi su nuovi strumenti come le carte prepagate siano di per sé sufficienti perché gli istituti di pagamento possano compensare tale mancanza.
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